L’emirato ora fa paura. Il passivo può aumentare

Da Il Riformista del 28 novembre 2009

Dopo il crack di Lehman Brothers, Dubai. Questo è quello che temono gli investitori. L’indice Nikkei di giovedì ha chiuso in perdita di 3,22 punti percentuali, sull’onda delle flessioni delle borse europee. Ieri il Dow Jones ha perso l’1,48 per cento. Era partita peggio, poi anche grazie al Black Friday, l’inizio dello shopping natalizio, ha contenuto le perdite. Contrariamente alle attese degli investitori, hanno guadagnato gli indici europei: Francoforte, Londra, Milano e Parigi hanno dato un segnale di fiducia verso il sistema bancario Ue. Resta un interrogativo sulla reale passività delle società controllate da Dubai World, dato che molte di essere devono ancora essere consolidate nei bilanci. E proprio su questo punto Bank of America ha rilasciato una nota in cui spiega che «potrebbe trattarsi del più grande fallimento statale della storia».
Cause. La Dubai World è una holding pubblica che controlla tutte le principali società dell’emirato, dagli immobili alla finanza strutturata. Gli asset della società sono quantificabili in poco più di 500 miliardi di dollari. Nel complesso, i bilanci hanno avuto una revisione negativa pari a 59 miliardi di dollari. Queste passività derivano in parte anche dal portafoglio titoli della società, che contemplavano cartolarizzazioni legate ai mutui subprime statunitensi. Il resto del rosso arriva dai debiti contratti per la progettazione delle maxi opere come The Palm e The World, che hanno poi venduto meno rispetto le previsioni degli analisti. A pesare c’è però il debito contratto dalla controllata Nakheel Properties, pari a 3,52 miliardi di dollari e in scadenza il 14 dicembre prossimo. Il presidente del Consiglio supremo dell’economia, Ahmed bin Saeed al-Maktoum, ha nuovamente cercato di rassicurare i mercati affermando che «sarà presa un’azione decisiva per sostenere il sistema». L’atteggiamento non è servito però a ridurre i timori sul fallimento della società pubblica. Secondo due analisti di Bank of America, Benoit Anne e Daniel Tenengauzer, non c’è la «trasparenza necessaria per comprendere a pieno l’entità del rischio di fallimento di Dubai». Per i due economisti «si sta profilando l’aumento esponenziale del rischio sistemico», capace di «bloccare improvvisamente il flusso di capitali verso i mercati emergenti a causa dell’esposizione del settore bancario europeo e statunitense».
Esposizione Usa. Sul fronte statunitense non ci sono ancora cifre precise. Le sofferenze di bilancio patite dagli istituti di credito americani a seguito della bancarotta di Lehman Brothers sono state tante e hanno destabilizzato gli investitori. In una fase di ripresa parziale dei mercati finanziari, i grandi player bancari statunitensi hanno deciso di attendere che si consolidino tutte le perdite dei Dubai World prima di comunicare dati parziali sulla loro esposizione. I mercati finanziari hanno patito meno perdite di altri. Sull’onda degli sconti commerciali del Black Friday, giorno che segna l’avvio delle spese natalizie, il Dow Jones e il Nasdaq hanno chiuso le sedute con perdite intorno all’1 per cento. Meno rispetto le attese degli analisti di Standard & Poor’s, che ieri mattina avevano ipotizzato un ripercussione pesante per i titoli bancari americani. Il timore ora è che lunedì mattina possano aprirsi le contrattazioni con elevate passività. Molto dipende dall’andamento dei futures sugli indici e sui derivati strutturati provenienti da Dubai.
Esposizione Ue. Diverso il discorso per l’Europa, che ha comunicato immediatamente di avere toxic asset dell’emirato per circa 40 miliardi di euro. A essere più colpito c’è il sistema bancario britannico, con Hsbc, Barclays, Royal Bank of Scotland e Lloyds che da sole superano i 25 miliardi. Sul fronte svizzero, colpiscono le dichiarazioni di Saud Masud, analista immobiliare del colosso bancario elvetico Ubs. «Dubito che le cifre diramate da Dubai World siano quelle veritiere», ha detto Masud. «Sono convinto che, consolidando tutte le società veicolo atte a vendere cartolarizzazioni di proprietà della holding statale, si possano raggiungere numeri ben superiori a 80 o 90 miliardi di dollari di perdite», ha ricordato l’analista a Bloomberg.
Rischi. I Credit default swap (Cds) sul debito sovrano di Dubai sono aumentati di svariati punti base nell’arco delle ultime due giornate. Secondo gli indici MarkIt, che registrano l’andamento di questo tipo di strumenti finanziari, il quadro è preoccupante nel breve termine. I Cds sul fallimento dell’intero emirato di Dubai sono aumentati del 50 per cento nell’arco di una settimana, passando da 314 punti a 645. In altre parole, non ci sono margini di assicurazione – i Cds servono a questo – per i titoli di stato emessi. Alla luce di questo, aumentano gli investitori che ipotizzano l’imminenza della bancarotta di Dubai. Il rischio d’insolvenza dell’emirato è considerato importante anche dalle società di rating, affrettatesi a ridurre il giudizio di merito. Più grave il discorso societario, in cui la holding DP World ha visto i propri Cds raggiungere quota 776, in aumento di 168 punti base su base giornaliera. E anche Dubai Holding ha raggiunto picchi d’esposizione, con un valore di 1155 punti base, in crescita di 290 punti in 24 ore. Non c’è pero solo Dubai. Anche Abu Dhabi e il Bahrein hanno visto aumentare il proprio rischio d’insolvenza, anche se non a livelli così estesi. Non a caso, gli investitori temono che l’ipotesi di un rischio sistemico possa verificarsi. E l’indice Vix, che misura la volatilità dei titoli sul mercato, ha ieri subito un aumento superiore al 4 per cento.

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Informazioni su Fabrizio Goria

Financial reporter @ Linkiesta, book reviewer @ Il Sole 24 Ore, correspondent from Italy @ Turkish radio & television
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