Non solo incentivi. L’anno terribile degli Agnelli

Dal Riformista del 6 febbraio 2010

Il 2010 è un anno complicato per Torino. Sugli incentivi c’è uno scontro in corso. Ieri per sottolineare che alla Fiat gli aiuti potrebbero non servire, il presidente della casa automobilistica torinese, Luca di Montezemolo ha detto che «da quando noi siamo alla Fiat non abbiamo preso un euro dallo Stato». Una frase che ha provocato la reazione del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli: «Se è una barzelletta non fa proprio ridere, e se è una cosa seria c’è un problema sanitario».
Il braccio di ferro politico-industriale ruota attorno ai contributi pubblici all’acquisto di automobili, gli incentivi pro-rottamazione. Lo Stato ha intenzione di rinnovarli anche per il 2010 (c’è in gioco anche la quota di mercato dei produttori stranieri oltre il 65 per cento del totale), a patto che Fiat mantenga inalterata l’occupazione nei propri stabilimenti italiani. Una sorta di aut-aut dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi – soprattutto legato al caso Termini Imerese – sulla falsariga della scelta fatta dal presidente francese Nicolas Sarkozy (incentivi solo alle imprese del settore che non facciano delocalizzazioni). Ma Sergio Marchionne per ora non cede: «L’eventuale scelta del Governo di non rinnovarli ci trova pienamente d’accordo», ha detto. Si vedrà come finirà questa storia, c’è tempo fino ad aprile.
Oltre al caso sugli incentivi pubblici pro-rottamazione, per Fiat ci sono altre tre (delicate) partite aperte. La prima è quella legata all’operazione equity swap messa a punto nel 2005 da Ifil (che oggi si chiama Exor). Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Virgilio Marrone sono imputati di agiotaggio informativo e il pubblico ministero ha chiesto una condanna di due anni e sei mesi per l’avvocato Franzo Grande Stevens, due anni per Gianluigi Gabetti e un anno e sei mesi per Virgilio Marrone. La storia: Ifil – allora cassaforte della famiglia Agnelli, oggi appunto fusa in Exor – ricorrendo a contratti di trasferimento di titoli fuori dalla contrattazione di Borsa riuscì a mantenere il 30 per cento di Fiat, anche dopo la conversione in azioni del prestito concesso da un gruppo di otto banche. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 25 febbraio, quando proseguiranno gli interventi degli avvocati difensori. Già in quella data il giudice Giancarlo Avenati Bassi potrebbe emettere la sentenza.
E se il procedimento si dovesse chiudere con una condanna, ancorché blanda, nei confronti di Gabetti, sarebbe un colpo fastidioso non solo per il manager ottantaseienne, ma anche per la reputazione complessiva della galassia Agnelli-Fiat. Gabetti è stato il braccio destro di Gianni Agnelli, l’esecutore delle sue ultime volontà industriali, economiche e della sua filosofia capitalistica, è ancora oggi la punta di diamante e l’uomo di riferimento dell’establishment finanziario torinese, ha introdotto ai segreti del big game l’attuale capo della famiglia John Elkann, ed è anche l’unica persona del sistema italiano con cui Marchionne abbia stabilito una relazione alla pari. Se venisse condannato Gabetti, anche la posizione negoziale di Marchionne con la politica potrebbe risentirne mentre è alle prese con la grana Termini e con la trattativa sugli incentivi.
D’altronde, al Tribunale di Torino il manager ha spiegato che «se gli Agnelli non fossero rimasti alla guida del gruppo, io me ne sarei andato. In caso di conversione delle banche circolavano già i nomi del nuovo presidente e del nuovo amministratore delegato».
Il processo equity swap si intreccia con un altro caso delicato per la galassia torinese, la causa sull’eredità Agnelli. Il 30 maggio del 2007 Margherita Agnelli depositò presso il Tribunale di Torino un atto contro Gabetti e Grande Stevens accusati dalla figlia di Gianni Agnelli di aver nascosto all’estero risorse a lei celate. Si attende l’udienza conclusiva tra aprile e luglio 2010. La questione sull’eredità sollevata da Margherita Agnelli – che in un primo momento è stata una complicata battaglia legale, ma tutta interna alla famiglia – ha fatto sì che la scorsa estate l’Agenzia delle entrate puntasse un faro prima sui conti svizzeri di Margherita e di sua madre Marella Caracciolo, e per trascinamento anche sulle azioni dell’accomandita che controlla indirettamente la Fiat.
Nel 2010 molto complicato per la famiglia torinese anche una vicenda-simbolo: la crisi della Juventus. Sulla squadra del cuore, quest’anno John Elkann si sta giocando la sua fetta di consenso popolare. Per lui è il primo banco di prova, il primo vero paragone con il nonno. Se la Juventus va male, c’è un effetto riverbero anche su Elkann. Ecco che cosa scrivono i tifosi bianconeri in uno dei loro blog intitolato “In difesa di un sogno chiamato Juventus”: «L’operazione simpatia è naufragata da un pezzo. L’operazione ricostruzione non è mai partita. L’operazione più giusta e doverosa, a questo punto, consiste nell’azzeramento totale».

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