«Atene accetti il commissariamento oppure esca dall’Eurosistema»

Da Il Riformista del 10 marzo 2010
Intervista a Mario Deaglio

«Atene accetti il commissariamento o esca dall’Eurosistema». Questo è il pensiero dell’economista Mario Deaglio, docente di Economia internazionale a Torino. Al Riformista il professore spiega in che modo interpretare la nascita di un eventuale Fondo monetario europeo. Per lui c’è un pericolo: «Con il Fme potrà venir meno parte della sovranità degli Stati». E ricorda che «un sostegno ad Atene va dato, ma con precisi vincoli». Tuttavia, secondo Deaglio la crisi ellenica ha messo in luce la disgregazione del sistema economico-finanziario fondato sul dollaro e sugli Stati Uniti. Sul fronte dei Pigs, gli stati con più rischi sul debito sovrano, esclude che l’Italia vi rientri ancora.
Cosa ne pensa dell’idea di creare un Fondo monetario europeo?
Io penso che i soldi alla Grecia bisogna darglieli, non possono andare avanti così. È poi chiaro che vanno stabiliti dei vincoli politici: senza di essi non è possibile gestire la crisi o pensare di sostenere Atene. Se vogliamo chiamare questo sistema di vincoli come Fondo monetario europeo, ben venga. Tuttavia, bisogna comprendere che con questi aiuti gli stati perdono un pezzo di sovranità. Diventano di fatto delle province di un Europa più centralizzata, anche se non ha un volto. Forse ha la faccia di Francia e Germania, ma non è ancora chiaro.
Molti però obiettano che esiste già il Fondo monetario internazionale.
Si, abbiamo uno strumento fondamentale come il Fmi, ma non lo vogliamo usare. Infatti, se passiamo dal discorso europeo a quello mondiale, l’eventuale creazione di un Fme è un concreto segnale di disgregazione economica. Quando nacque il Fmi, questo era lo strumento adatto per una globalizzazione che aveva al centro gli Stati Uniti. Ora non è più così e gli effetti si vedono proprio nella proposta di nuovi organismi monetari.
Non pensa che l’eventuale Fme possa essere un ulteriore veicolo di azzardo morale, questa volta per gli Stati?
Ogni moneta ha due facce. Il pericolo esiste, ma lo stato embrionale del Fme lascia spazio a una regolamentazione severa di tutti gli aspetti. Non dev’essere per tutti e, se la discussione andrà avanti, sarà utilizzato per scopi precisi.
La Grecia sta portando avanti un piano di austerity molto pesante. Tuttavia, non sono pochi i soggetti che giudicano negativamente questo programma. Secondo lei è realistica la ristrutturazione della spesa pubblica ellenica?
Oltre alla situazione di difficoltà dei conti pubblici, la Grecia presenta una pericolosa involuzione sociale. Scontri, vetrine spaccate, proteste di piazza: sono un Paese praticamente allo sbando. E hanno degli elementi di rottura che non si sono presentati in altre zone.
Cosa propone quindi?
O accettano il commissariamento, oppure sono fuori. Vadano a chiedere i soldi al Fmi, all’America, ma se non accettano i vincoli politici di cui parlavamo prima, possono anche uscire dall’Eurozona.
Parliamo dei Pigs, quali sono i pericoli per l’Europa?
Oltre alla Grecia, indubbiamente tutti i paesi dell’Est a esclusione della Polonia. Poi c’è l’Irlanda, anche se sta portando avanti un piano di contenimento molto positivo. Anche il Portogallo è in pesante crisi e le prospettive non sono buone. Infine, l’Islanda. Nonostante sia fuori dall’Ue, il crack di Icesave può avere ripercussioni su Regno Unito e Olanda.
E l’Italia?
In media il saldo primario negli ultimi dieci anni è stato positivo. Il nostro rapporto fra debito pubblico e Pil si è ridotto nello stesso lasso di tempo. E abbiamo preferito la riduzione di questo elemento, su cui siamo esperti, a discapito della crescita economica. C’è poi l’indubbia credibilità internazionale di cui gode il nostro Paese. Inoltre, l’indebitamento medio delle famiglie italiane è più contenuto che in altre economie. Direi quindi che non ci sono elementi di criticità per il nostro sistema. Vivremo i prossimi anni galleggiando fra riduzione del debito e crescita ridotta rispetto ad altre nazioni.
A quanto risulta, c’è in previsione una forte regolamentazione del mercato dei Credit default swap. Lei ritiene che sia il male maggiore?
Ben venga la regolazione, a patto che sia seria e concreta. Sicuramente il mercato dei Cds permette azioni rapidissime e profitti elevati. Ma salite e discese dei singoli coefficienti sui debiti sovrani abbiamo osservato come siano fortemente destabilizzanti. Molto spesso l’utilizzo di questi strumenti hanno rasentato la speculazione, anche se quest’ultima non è lo scopo principale. Come per l’ipotesi di Fme, la riforma sui Cds rappresenta un’altro segno di disgregazione finanziaria.
Come mai?
Gli Stati Uniti stanno ancora riflettendo su come gestire questi prodotti finanziari, ma guardano maggiormente al sistema bancario. L’Europa invece pare molto convinta in questa lotta contro i derivati.
Si passerà quindi da un universo economico-finanziario americocentrico a un sistema composito?
Certo, in molti casi è già così. Il pluricentrismo della finanza sta avvenendo e la tendenza futura andrà proprio in questo senso. Da una parte ci saranno gli Stati Uniti, dall’altra l’Europa e ci saranno transazioni bilaterali sempre più fitte, sempre usando le singole monete di riferimento.
Quindi si presuppone che anche l’Asia non resti a guardare.
No, anzi. Sono alcuni anni che la Cina ha assunto lo yuan come mezzo per costruire un sistema monetario ed economico asiatico. Tutti i paesi dell’area già oggi trattano in yuan e hanno intrapreso intensi rapporti interbancari fra di loro. Hanno imparato dalla crisi del 1997 e hanno reagito con strumenti concreti e funzionali.

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Informazioni su Fabrizio Goria

Financial reporter @ Linkiesta, book reviewer @ Il Sole 24 Ore, correspondent from Italy @ Turkish radio & television
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