Si può fare a meno del Cnel

Dal Riformista del 20 luglio 2010

Costa allo Stato più di venti milioni di euro, dà lavoro a circa settanta dipendenti pubblici e a centosedici consiglieri. È un organo di rilevanza costituzionale con funzioni, in materie economiche e sociali, consultive e di iniziativa legislativa, anche se dal 5 gennaio 1957 – giorno in cui è stato istituito – a oggi, ha presentato al Parlamento soltanto sedici disegni di legge. Parliamo del Cnel: il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.
Domani è un giorno chiave per il futuro di questo istituto: scade il mandato del presidente, Antonio Marzano, e di tutti i consiglieri. E il rinnovo delle cariche non è cosa scontata. Dagli ambienti vicinissimi al Consiglio fanno sapere che la conferma di Marzano è «quasi sicura», perché «non ci sono altri canditati». Ma il vero nodo è sulla nomina dei centoventi consiglieri (anche se oggi nel parlamentino del Cnel ne siedono “solo” centosedici, perlopiù – salvo alcune eccezioni – ex sindacalisti, industriali e politici che sono rimasti senza poltrona).
Sono molti i nomi che ambiscono a un posto da consigliere Cnel. Far parte del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro garantisce per cinque anni una retribuzione mensile di circa 1.500 euro netti, all’unica condizione di partecipare alle assemblee che si tengono una volta al mese.
Se un consigliere non può, o non ha voglia di recarsi ogni trenta giorni circa al parlamentino di Villa Lubin, non perde stipendio: gli viene semplicemente detratta una somma pari al quindici per cento dell’indennità a cui ha diritto, riceverà regolarmente (anche se ha disertato la mensile sessione di lavoro) una “busta paga” di 1.275 euro.
È in corso un durissimo scontro per accedere al consiglio del Cnel. I centoventi membri vengono scelti tra i rappresentanti del mondo delle imprese, del volontariato, dei lavoratori autonomi e dei lavoratori dipendenti. Ed è dentro quest’ultima categoria che si sta giocando la partita più complicata. Secondo alcuni osservatori la Cisl vorrebbe passare a quattordici seggi, dagli undici attuali. Raffaele Bonanni chiede che le norme non vengano interpretate, ma attuate così come sono. Il riferimento è alla legge 936 del 1986 “Norme sul Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro” – elaborata dal padre dello Statuto dei lavoratori Gino Giugni – in cui viene citata la «rappresentanza dei lavoratori dipendenti». Per la Cisl, quindi, i posti vanno assegnati sulla base degli iscritti tra i lavoratori attivi e reclama maggiori seggi rispetto a quelli attuali. Cgil e Uil, a loro volta, chiedono un seggio in più. Il sindacato di Corso d’Italia reclama un posto sulla basa dell’aumento dei suoi iscritti in dieci anni, mentre l’organizzazione guidata da Luigi Angeletti rivuole il posto che gli è stato tolto quando Pietro Larizza, ex segretario generale della Uil, divenne presidente del Cnel. La situazione è piuttosto complicata e difficilmente si risolverà con il Consiglio dei ministri di venerdì prossimo.
Ma cosa ne pensano i membri del Cnel del ruolo e dell’utilità di questo istituto? Il Riformista lo ha domandato ad alcuni consiglieri di Villa Lubin. Maria Luigia Maulucci (consigliere in quota Cgil), a domanda: «Il Consiglio è un ente inutile?», risponde che «sicuramente è un ente costoso, non necessariamente inutile, con molti problemi organizzativi che non dipendono dallo stesso Cnel, ma dall’assenza del confronto e delle trattative tra le parti sociali». Un problema che riflette la situazione del momento. Dice Maulucci: «Non c’è mai stato in tutta la storia repubblicana un momento così basso per le relazioni sindacali». Sulla stessa linea Bruno Manghi, consigliere esperto nominato dal presidente del Consiglio dei ministri. «Il Cnel – dice Manghi – ha avuto una funzione molto importante negli anni 60 e 70, in cui svolgeva un ruolo costruttivo nei rapporti tra mondo sindacale e industriale». Paolo Reboani, consigliere esperto Cnel e membro della Commissione di studio sulle questioni internazionali del ministero del Lavoro, spiega che il Cnel «rischia di diventare maggiormente inutile se non si dà vita a una sua autoriforma».
Il presidente Antonio Marzano sta lavorando per portare avanti la proposta di autoriforma. La questione è delicata, si tratta di un organo di rilevanza costituzionale e il suo statuto non è soggetto a facili modifiche. Marzano nei mesi scorsi ha scritto una lettera al presidente della Repubblica in cui ha proposto la sua idea di riforma: abolire il voto all’unanimità per ricevere il via libera dell’assemblea ai pareri e ai disegni di legge; e un “drastico” taglio alla composizione del consiglio. Dal Quirinale, per il momento, nessun giudizio negativo.
La Maulucci ha definito il Cnel un «ente costoso». Sicuramente non è un organo che punta al risparmio. Dagli ultimi dati disponibili (quelli relativi al bilancio assestato 2009 e di previsione per il 2010), risulta che il Cnel spende per i circa settanta dipendenti (da non confondere con i 120 consiglieri) più di sette milioni di euro. Per l’indennità del presidente, i vicepresidenti e i consiglieri lo Stato eroga annualmente 3,6 milioni di euro. Somma cospicua a cui vanno aggiunte le spese per le missioni in Italia (85mila euro), all’estero (220mila euro), e rimborsi spese per 1,2 milioni di euro. Più 2,7 milioni di euro di consumi elettrici, idrici, telefonici, riscaldamento, acquisto materiale vario, eccetera.
Il Cnel in sessant’anni ha presentato al Parlamento appena 16 disegni di legge. Certo, ha un ruolo di “alta” consulenza per Camere e governo sulle tematiche economiche e sociali. Ma spendere 20 milioni di euro all’anno per un ente che fa consulenze non è troppo?

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