Basta conflitto, meglio gli interessi: tutti i dossier da Unicredit a Eni

Da Il Riformista del 28 agosto 2010

La Libia alla conquista dell’Italia, e viceversa. Si potrebbe tradurre in questo modo l’intreccio di relazioni commerciali fra lo Stato nord-africano e Roma. E queste potrebbero aumentare dopo il vertice di lunedì fra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il leader libico Muammar Gheddafi. Nel complesso, solo in Libia, ci sono potenziali investimenti compresi fra «350 e i 600 miliardi di dollari», come ha spiegato l’amministratore delegato di UniCredit lo scorso 10 giugno.
Il principale veicolo d’investimento libico è la Libyan investment authority, il fondo sovrano creato nel 2006 con una dotazione complessiva di 70 miliardi di dollari, per la maggior parte derivanti dai surplus petroliferi. Due le sue controllate, il Libya Africa investment portfolio (Lap) e la Libyan Arab Foreign investment company (Lafico). Sono diversi gli affari che il fondo sovrano ha in Italia. Almeno a voler dar credito all’ultimo report del Sovereign wealth fund institute, il principale organo internazionale di ricerca sui fondi sovrani.
Il capitolo più intricato è il dossier UniCredit. L’altroieri il membro del board di Mediobanca Tarak, Ben Ammar, ha placato gli animi di tutti i pessimisti della presenza libica nell’azionariato di Piazza Cordusio. Parole che hanno seguito gli elogi del capo di Generali, Cesare Geronzi, che tre giorni fa aveva giudicato i libici come i migliori azionisti mai avuti. Merito dei buoni rapporti intrapresi dal banchiere ai tempi della fusione Capitalia-UniCredit. Per la banca guidata da Alessandro Profumo il fronte con Tripoli è binario: da una lato c’è la Banca centrale di Tripoli, che possiede il 4,988 per cento di UniCredit, dall’altro troviamo il 2,075 per cento detenuto dal fondo sovrano. «Non ci sarà nessuna scalata», ha tenuto a chiarire Ben Ammar. Nonostante ciò gli altri azionisti, specialmente quelli di CariVerona, continuano a non dormire sonni tranquilli.
C’è poi la questione Eni. Durante il suo intervento da Rimini il numero uno del colosso energetico Paolo Scaroni, ha chiarito che ci saranno nuovi investimenti nella nazione libica. Nel totale saranno circa 25 miliardi di dollari, per una serie di alleanza commerciali capaci di aumentare la quota del cane a sei zampe nel territorio nordafricano.
Ancora, la Libyan investment authority ha partecipazioni in Fiat, Mediobanca e Tamoil. La storia col Lingotto non è nuova: il primo investimento lo fece la Lafico nel 1976, che entrò con il 15 per cento e uscì da Torino nel 1986 con una plusvalenza di 2,6 miliardi di dollari. Solo nel 2000 decise di rientrare col 2 per cento. Per Piazzetta Cuccia il discorso è diverso. Nel febbraio 2009 l’allora presidente Cesare Geronzi ha siglato un accordo preliminare per la nascita di un joint fund da 500 milioni di dollari, capace di investire nei due Paesi in quattro settori: edile, farmaceutico, information technology e real estate. Infine Tamoil. La compagnia petrolifera è partecipata al 45 per cento dall’olandese Olinvest, controllata da Lafico.
Più ristretto è il campo degli interessi italiani in Libia. Sono prevalentemente le infrastrutture a fare la parte del leone, come conferma il recente accordo per la realizzazione dell’autostrada libica Rass Ajdir-Imsaad, un gigante d’asfalto da 1.700 chilometri. A fronte di un progetto ventennale del costo di 5 miliardi di dollari, ci sono già venti richieste pervenute sul tavolo del ministro dei Trasporti Altero Matteoli. Per ora ci sono due presenze certe nella gara, Impregilo e Astaldi, ma nei prossimi giorni dovrebbero uscire gli altri competitor.
Scorrendo i documenti del Swf institute, troviamo anche Finmeccanica. Esattamente un anno fa aveva firmato un memorandum d’intesa, che sfocerà poi in una joint venture partecipata al 50 per cento dalla società guidata da Pier Francesco Guarguaglini e dal Lap, la prima branca del fondo sovrano libico. Alcuni giorni fa, inoltre, è stato firmato un accordo da 247 milioni di euro per il potenziamento tecnologico della tratta ferroviaria da Sirth a Benghazi.
Gli interessi italiani in Tunisia riguardano anche Mediaset. Grazie a Ben Ammar è stato creato un accordo su Nessma Tv, quella che viene definita proprio dal finanziere la televisione del «Grande Maghreb tollerante».
L’incontro di lunedì può quindi essere il naturale proseguimento della linea intrapresa negli ultimi anni da Roma. L’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur, ha tenuto a precisare che «non partecipiamo a nessuna delle aziende di Berlusconi, non abbiamo mai parlato di questo e non è nella nostra agenda la volontà di discuterne». Si vedrà lunedì sera.

About Fabrizio Goria

Financial reporter @ Linkiesta, book reviewer @ Il Sole 24 Ore, correspondent from Italy @ Turkish radio & television
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