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	<title>Congiuntura</title>
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	<description>Il blog di Fabrizio Goria e Gianmaria Pica</description>
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		<title>La Borsa 2.0: c’è posto perfino per FarmVille</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 16:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Goria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Linkiesta del 2 luglio 2011 Giocate a FarmVille? Perdete tempo con MafiaWars? Siete cittadini di CityVille? Se le applicazioni ludiche per Facebook fanno parte della vostra vita, se vi divertite o non riuscite a farne a meno, sappiate che &#8230; <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2011/07/02/la-borsa-2-0-c%e2%80%99e-posto-perfino-per-farmville/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1448&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>Da <a href="http://www.linkiesta.it/la-borsa-20-c-e-posto-perfino-farmville">Linkiesta</a> del 2 luglio 2011</em></p>
<p style="text-align:justify;">Giocate a FarmVille? Perdete tempo con MafiaWars? Siete cittadini di CityVille? Se le applicazioni ludiche per Facebook fanno parte della vostra vita, se vi divertite o non riuscite a farne a meno, sappiate che presto non sarà più solo un gioco. O meglio, per voi continuerà ad esserlo: ma per Zynga, la società che ha inventato questi ed altri giochi per Facebook, il vostro tempo (speso lì) diventerà davvero denaro. Già, perché Zynga è il prossimo colosso dell’era 2.0 pronto a sbarcare sul mercato americano. E in molti (ma non troppi) si ricordano ancora cosa successe un’epoca fa, quando Internet passò dall’essere signore dei mercati a zavorra nelle tasche di tanti investitori.<span id="more-1448"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Il 10 marzo 2000, infatti, c’era una parte di Wall Street che festeggiava. L’altra, invece, aveva paura. Il Nasdaq aveva appena raggiunto il suo picco massimo a 5.132,52 punti. La bolla di internet era arrivata al suo picco. I trader più scaltri, in quel venerdì, intimoriti dagli effetti nefasti di ciò che stava succedendo, avevano già previsto di vendere allo scoperto azioni di società come Cisco, IBM, Dell e di tutto ciò che era collegato al web. Per tutti gli altri operatori, quel giorno era solo il preludio all’ennesimo weekend di goduria. Il lunedì successivo, il tracollo. Il Nasdaq perde il 4% in poche ore e inizia la lunga fase di scoppio della bolla dei tecnologici. Warren Buffett dirà dopo non molto: «Ve lo avevo detto». Oltre dieci anni dopo, la storia sembra ripetersi.</p>
<p style="text-align:justify;">LinkedIn, Pandora, Facebook, Twitter, Groupon, Foursquare, Gilt: tutte società che, o si sono quotate da poco con Ipo (Initial public offering, offerta pubblica di collocamento) spaventosamente grandi o stanno per farlo. L’ultima in ordine temporale è Zynga. Due giorni fa, l’annuncio alla Securities and exchange commission (Sec), la Consob americana. «Zynga Inc. ha annunciato oggi di aver depositato una dichiarazione di registrazione tramite il Modulo S-1 presso l’ente statunitense Sec in relazione a un’offerta pubblica iniziale delle proprie azioni ordinarie di Classe A», dice il comunicato. Goldman Sachs e Morgan Stanley saranno gli advisor per tutta l’operazione della società fondata nel 2007 da Mark Pincus, un giovanotto con un Mba ad Harvard e tanta creatività.</p>
<p style="text-align:justify;">Un miliardo di dollari. Questa è la cifra che, secondo gli analisti, Zynga potrebbe raccogliere con la quotazione, per almeno 15 miliardi di dollari di market value. È lecito domandarsi cosa spinga gli investitori a puntare su una società che ha sfondato con giochi web-based come FarmVille, CityVille o Mafia Wars, cresciuti in seno a Facebook, non senza creare problemi di privacy e spamming fra gli utenti. Guardando i fondamentali della Zynga, si può percepire a pieno tutta la grandezza dell’attuale bolla dei social network. 232 milioni di utenti mensili attivi su 166 paesi, un utile di 90,6 milioni di dollari segnato nell’ultimo esercizio e un incremento del 400% dei ricavi fra 2009 e 2010, fino a toccare quota 598 milioni di dollari.</p>
<p style="text-align:justify;">Meglio è andata a LinkedIn, il social network professionale per eccellenza. Nella sua Ipo ha raccolto 350 milioni di dollari, nel primo giorno ha registrato un +109%, a oggi veleggia al doppio della sua quotazione iniziale, per circa 9 miliardi di dollari di capitalizzazione. Si tratta di cifre monstre per una società che negli ultimi due anni ha dovuto aprirsi al mondo social, anche grazie all’integrazione con Twitter, WordPress e Facebook, al fine di non perdere quote di mercato. E secondo il Wall Street Journal, l’Ipo per LinkedIn è giunta proprio per rastrellare contanti e non per altri motivi. È questo il primo segnale della bolla? Sì, ma il bello deve ancora arrivare. Se il social network dei curriculum vitae è stato un bel boccone per gli investitori, ha rappresentato solo l’aperitivo.</p>
<p style="text-align:justify;">Wall Street sta aspettando i due pesci grossi, Facebook e Twitter. 700 milioni di utenti registrati la compagnia di Mark Zuckerberg, oltre 200 milioni per quella fondata da Biz Stone ed Evan Williams: sono questi i numeri che fanno tremare analisti, banche d’affari ed economisti. La foga che c’è dietro a questi social network, secondo il sempiterno Buffett, non permette «allo spirito umano di prezzare indipendentemente quanto valgono davvero». In altre parole, sia Facebook sia Twitter posso essere l’ennesimo tassello, forse il più grande della bolla che sta crescendo sempre più. Nelle stime di Goldman Sachs, il market value di Facebook alla sua quotazione potrebbe superare i 150 miliardi di dollari. Fino a pochi mesi fa, si parlava (non senza stupore) di 50 miliardi. E considerato che, come ha ricordato il suo fondatore, Facebook non andrà in Ipo prima del 2012, è probabile che questa previsione salga ancora, magari oltrepassando quota 200 miliardi di dollari. Del resto, se per Groupon, il sito di coupon che si sta espandendo sempre più anche in Italia, le stime sono di un’Ipo da 800 milioni di dollari per una capitalizzazione da 25 miliardi, è evidente che qualche squilibrio sussiste. L’importante è saperli riconoscere, studiarli, capirne i motivi e prepararsi al tonfo quando tutti capiranno l’illusione.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è chi vive combattendo contro i trucchi, sfatando miti e miraggi. Uno di questi, oltre al guru di Omaha, Buffett, è il finanziere George Soros, che ha dedicato una grande parte della sua vita allo studio delle bolle speculative. Anche Soros ha espresso, nell’ultima lettera ai suoi investitori, seri dubbi sull’attuale escalation di quotazioni nel sottosegmento tecnologico dei social network. E non ha escluso la possibilità del ritorno di ciò che successe 11 anni fa. Della stessa idea è una delle personalità più influenti sulle tendenze del web, Vivek Wadhwa. Sul Washington Post di ieri, citando l’Ipo di LivingSocial, non ha usato metafore: «La bolla tecnologica sta arrivando, prepariamoci». Eppure, se un processo è innescato, e quello dei social network lo è, è impossibile fermarlo.</p>
<p style="text-align:justify;">Volente o nolente, l’umanità deve continuare a convivere con gli squilibri. I processi boom-bust sono, oggi come duecento o cinquecento anni fa, una delle parte fondamentali del ciclo economico. Essi determinano la solidità o meno di uno Stato, come ha ricordato anche lo storico dell’economia Niall Ferguson. Dalla bolla dei tulipani a quella della Compagnia del Mississippi di John Law, arrivando fino a quella subprime, gli squilibri hanno sempre accompagnato le sorti dell’economia. E ogni volta, si è ritenuto che fosse l’ultima. La storia è piena di proclami dei governanti, come dei regolatori che, commentando lo scoppio di una bolla, annunciano trionfanti di aver trovato la ricetta per evitarle in via definitiva. Il tutto salvo poi, dopo pochi anni, tornare a chiudere gli occhi di fronte alla crescita irrazionale dei prezzi di un bene, tulipano o social network che sia.</p>
<br />Archiviato in:<a href='http://congiuntura.wordpress.com/category/borse-mercati/'>Borse &amp; Mercati</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/category/finanza/'>Finanza</a> Tagged: <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/facebook/'>Facebook</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/george-soros/'>George Soros</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/groupon/'>Groupon</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/ipo/'>Ipo</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/linkedin/'>Linkedin</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/niall-ferguson/'>Niall Ferguson</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/sec/'>Sec</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/social-network/'>Social network</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/twitter/'>Twitter</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/warren-buffett/'>Warren Buffett</a>, <a href='http://congiuntura.wordpress.com/tag/zynga/'>Zynga</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/congiuntura.wordpress.com/1448/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/congiuntura.wordpress.com/1448/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1448&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>47 miliardi non bastano, mercati tiepidi con l’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 17:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Goria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Linkiesta del 1 luglio 2011 La manovra finanziaria italiana è stata accolta con molta freddezza dai mercati internazionali. Il monito più duro arriva da Standard &#38; Poor’s, che spiega a chiare lettere come le misure adottate dal Governo italiano &#8230; <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2011/07/01/47-miliardi-non-bastano-mercati-tiepidi-con-l%e2%80%99italia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1443&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>Da <a href="http://www.linkiesta.it/47-miliardi-non-bastano-mercati-tiepidi-con-l-italia">Linkiesta</a> del 1 luglio 2011</em></p>
<p style="text-align:justify;">La manovra finanziaria italiana è stata accolta con molta freddezza dai mercati internazionali. Il monito più duro arriva da Standard &amp; Poor’s, che spiega a chiare lettere come le misure adottate dal Governo italiano non sono sufficienti a ridurre il rischio di un declassamento. Ma cresce il malumore negli ambienti finanziari, dopo i 47 miliardi di euro di tagli lineari e non strutturali, come richiesto dagli investitori. In Italia, Piazza Affari festeggia grazie al comparto bancario, ma sul mercato obbligazionario la tensione non diminuisce.<span id="more-1443"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Crescita anemica, debito elevato, instabilità politica. Sono queste le tre cause d’incertezza che hanno spinto la società americana a confermare la propria visione, negativa come quella di Moody’s. «Noi potremmo abbassare il rating sul breve e lungo termine sull&#8217;Italia», dice la nota. Esistono però delle condizioni senza le quali il downgrade non arriverà. «Se uno o una serie combinata di rischi si materializzassero, il peso complessivo del debito pubblico italiano potrebbe stagnare agli attuali alti livelli», spiega S&amp;P. E in quel caso, il taglio sarebbe inevitabile. Ancora, sta aumentando il sentore di un ritardo nell’attuazione della correzione di bilancio. «Pensiamo che uno stallo politico prolungato possa contribuire a degli slittamenti finanziari», dice la nota dell’analista Eileen Zhang. Intanto, la società newyorkese ha espresso dubbi anche sul deficit italiano, stimato dal Governo al 3,9% del Prodotto interno lordo, in netto calo rispetto al 4,6% segnato nel 2010.</p>
<p style="text-align:justify;">In realtà c’è qualcosa che deve preoccupare di più Standard &amp; Poor’s. Entro l’inizio del 2014, il 42,8% del debito pubblico italiano andrà a maturazione. Dovrà quindi essere rifinanziato, sperando che i tassi d’interesse dei rendimenti promessi non siamo eccessivamente onerosi. Nei giorni scorsi ci aveva pensato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a parlare di quanto costa il contagio greco. «100 punti in più di spread coi Bund tedeschi equivalgono a 16 miliardi di euro di deficit», ha detto il numero uno degli industriali. Dopo il massimo storico toccato la scorsa settimana, 223 punti base di differenza fra Btp e titoli tedeschi, dopo l’annuncio del Consiglio dei ministri qualcosa è cambiato. Lo spread è ripiegato stamane a quota 182 punti base sulle piattaforme Bloomberg, salvo poi risalire fino a 189 punti.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo i dati di Standard &amp; Poor’s nel 2012 andranno rifinanziati poco meno di 184 miliardi di euro. Soldi che occorrono all’Italia, ma che potrebbero riflettersi negativamente sui conti pubblici, dato che, al crescere del rischio Paese, crescono anche i rendimenti promessi agli investitori. Stesso discorso per il 2013, quando andranno a scadenza 123 miliardi di euro. «Le esigenze di rifinanziamento italiane sono ampie e non è detto che il clima sia positivo per Roma». Così, la società londinese Lombard Street research ha commentato nelle scorse settimane l’aumento del differenziale fra Italia e Germania. Nonostante questo, è stata una giornata di guadagni per le banche italiane, detentrici del grosso del nostro debito pubblico. In realtà, in mattinata era arrivato anche un report di Moody’s, proprio sui principali istituti di credito del Paese. Nell’ultima settimana UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano e Ubi Banca sono state infatti le più sotto tiro, soprattutto per via di alcuni grossi aggiustamenti di portafoglio. Nello specifico, Moody’s ha spiegato che il deterioramento del rischio d’insolvenza registrato negli ultimi sette giorni dalle banche italiane è stato il più ampio a livello internazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">Basterà la manovra di Tremonti per evitare il contagio? Secondo l’opinione della City no. Come spiega a Linkiesta Markit, la prima società al mondo di analisi sui derivati, ci sono già i primi segnali di una pressione contro il nostro Paese, direttamente proporzionale all’aumentare dell’incertezza politica. Guardando l’andamento dei Credit default swap, o Cds, cioè i derivati che prezzano il fallimento di un titolo, questa tendenza è evidente. Se è vero che servono a misurare il rischio d’insolvenza, è altrettanto vero che gli investitori non hanno accettato di buon grado l’attesa della correzione di bilancio di Tremonti. Al fine della scorsa settimana, secondo i dati della Depository trust &amp; clearing corporation, la maggiore clearing house internazionale, sono stati negoziati 401 contratti Cds sull’Italia per 9,8 miliardi di dollari. È stata la settimana più attiva dell’anno per il nostro Paese, che può tristemente vantare il primato mondiale dell’entità dei Cds sul proprio debito, ora a 23,7 miliardi di dollari di nozionale netto per 7.739 contratti attivi. Preoccupa il calo di questo valore, un mese prima pari a 25,4 miliardi di dollari. In molti stanno chiudendo posizioni, forse per evitare una rapida escalation al ribasso. Difficile dargli torto.</p>
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		<title>I 47 miliardi di austerity per non essere Atene</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 20:03:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Goria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Linkiesta del 30 giugno 2011 Dopo una riunione durata più di cinque ore, la manovra economico-finanziaria 2011-2014 è arrivata. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha spiegato, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, come sarà articolata l’austerity in &#8230; <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2011/06/30/i-47-miliardi-di-austerity-per-non-essere-atene/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1446&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>Da <a href="http://www.linkiesta.it/i-47-miliardi-di-austerity-non-essere-atene">Linkiesta</a> del 30 giugno 2011</em></p>
<p style="text-align:justify;">Dopo una riunione durata più di cinque ore, la manovra economico-finanziaria 2011-2014 è arrivata. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha spiegato, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, come sarà articolata l’austerity in salsa italiana. I 47 miliardi di euro di tagli dovranno evitare che l’Italia possa entrare nella spirale della crisi europea dei debiti sovrani. Ma ci sono già i primi dubbi sulla reale efficacia della correzione di bilancio, che a una prima analisi sembra composta solo da sforbiciate lineari e non strutturali, come richiesto invece dall’Unione europea.<span id="more-1446"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Il Consiglio dei ministri è iniziato in ritardo di circa un’ora. Colpa dell’incontro preliminare fra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il titolare dell’Economia. Nel vertice, riferiscono fonti di Palazzo Chigi, sono volate parole grosse soprattutto in merito alla pesantezza della correzione di bilancio. Più volte Berlusconi ha spiegato che sarebbe stato «inammissibile» tagliare in modo così netto determinati settori. Tremonti non ha però ceduto con la linea del rigore ed è andato avanti. Durante la conferenza stampa Berlusconi ha esordito tranquillizzando tutti: «La manovra è stata preparata e costruita con tutti ministri e le loro strutture. Da Tremonti c’è stato il difficile lavoro di collegamento tra tutti ed è stato personalmente a confronto con i membri del Governo e i suoi uomini hanno collaborato con altri ministeri ed oggi arrivato un testo condiviso».</p>
<p style="text-align:justify;">L’articolazione della manovra, che arriverà al Parlamento a fine luglio, prevede due anni di tagli contenuti (1,5 miliardi di euro nel 2011 e 5,5 nel 2012) e due di riduzioni ben più consistenti (20 miliardi di euro nel 2013 e 2014). Il grosso delle misure sarà infatti adottato nel biennio 2013-2014. Due le mosse più importanti: l’arrivo dell’election day, cioè l’accorpamento delle tornate elettorali al fine di ridurre gli sprechi, e il nuovo sistema fiscale Irpef a tre aliquote (20%, 30%, 40%). Sarà incrementata la lotta all’evasione fiscale, mentre ci sarà «un forfait fiscale del 5% complessivo riguardo alle imprese fatte dai giovani fino a 35 anni, con una durata di 5 anni», ha sottolineato Tremonti. Non c’è la tassa sui suv, sostituita da una sulle auto oltre i 225 kw di potenza (301 cv), e non ci sarà nemmeno l’aumento dell’Iva, ritenuto troppo rischioso per i consumi. Arriva però una mannaia per gli investitori. Nella bozza finale della Finanziaria è previsto un’aliquota del 20% per le rendite finanziarie. Nello specifico si parla dell’«introduzione di un’unica aliquota per le ritenute e le imposte sostitutive applicabili sui redditi di capitale e sui redditi diversi di natura finanziaria non superiore al 20 per cento, facendo salva l&#8217;applicazione delle minori aliquote introdotte in adempimento di obblighi derivanti dall&#8217;ordinamento dell&#8217;Unione europea». Sul fronte delle pensioni, qualcosa si muove. Le donne, nel settore privato, dovranno accumulare un mese un più rispetto a oggi prima di chiudere la loro vita lavorativa. Saranno poi portate avanti misure d’incentivo per i lavoratori produttivi, in pratica «una tassazione agevolata del reddito dei lavoratori». Ancora, si potrà destinare il 5 x mille alla cultura, mentre arriva la liberazione coatta delle frequenze televisive attualmente all’asta. Da questa mossa, spiega Palazzo Chigi, dovrebbero arrivare circa 2,4 miliardi di euro.</p>
<p style="text-align:justify;">La correzione di bilancio ha seguito le indicazioni della Banca d’Italia. Tre mesi fa, Palazzo Koch aveva raccomandato una manovra pari a circa 40 miliardi di euro, al fine di contenere la spesa pubblica. Del resto il nostro debito pubblico, circa 1.890 miliardi di euro, non permette ampie leggerezze nella gestione delle finanze statali. Il rapporto debito/Prodotto interno lordo è pari al 120%, mentre meglio va con il deficit, già calato nel corso del 2010 fino al 4,6% del Pil e previsto al 3,9% per l’anno in corso.</p>
<p style="text-align:justify;">Tremonti, durante la conferenza stampa, ha ricordato che non ci sono state pressioni esterne per l’entità della Finanziaria. «Il pareggio di bilancio non è un obiettivo di ragioneria ma un obiettivo politico ed etico del Paese. Un bilancio in pareggio si riflette nelle scelte di responsabilità tra cittadini e le generazioni, un Paese in deficit è in deficit di cifra morale», ha sottolineato. Eppure, l’impressione è che il paragone con gli Stati periferici, come Grecia, Portogallo e Irlanda, sia stato uno dei leit motiv del Cdm. Non è un caso infatti che Berlusconi abbia ricordato in più occasioni come «nessuno abbia messo le mani nelle tasche degli italiani», come invece successo negli altri Paesi.</p>
<p style="text-align:justify;">Dopo gli allarmi delle agenzie di rating Standard &amp; Poor’s e Moody’s in merito al giudizio sul debito sovrano per un possibile downgrade, ora gli occhi sono puntati alla reazione dei mercati. Nei giorni scorsi, conseguentemente all’approvazione del piano di austerità greco, le piazze finanziarie avevano guadagnato fiducia nei confronti anche del nostro Paese, riducendo la pressione sui titoli di Stato. Sarà cruciale la giornata di domani, l’ultima di questa ottava di Borsa, per saggiare il sentiment degli operatori finanziari. Con esso, si capirà anche quanto credono che la manovra di Tremonti possa realmente evitare il contagio ellenico all’Italia.</p>
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		<title>Tasse, tutte le promesse non mantenute dal Cavaliere</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 08:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Goria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Linkiesta del 25 maggio 2011 «La gente è stanca della vessazione fiscale, è ora di fare la riforma». Parole di oggi, parole di Silvio Berlusconi. Diciassette anni fa il primo annuncio. «Arriverà l’aliquota unica al 33%». Era il 1994 &#8230; <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2011/05/25/tasse-tutte-le-promesse-non-mantenute-dal-cavaliere/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1439&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>Da <a href="http://www.linkiesta.it/tasse-tutte-le-promesse-non-mantenute-dal-cavaliere">Linkiesta</a> del 25 maggio 2011</em></p>
<p style="text-align:justify;">«La gente è stanca della vessazione fiscale, è ora di fare la riforma». Parole di oggi, parole di Silvio Berlusconi. Diciassette anni fa il primo annuncio. «Arriverà l’aliquota unica al 33%». Era il 1994 e Silvio Berlusconi si affacciava per la prima volta sulla scena politica italiana. Oggi l’ultimo rilancio, l’ennesimo di lunga lista. Eppure, guardando il calendario, non devono stupire queste dichiarazioni. In tempo di elezioni, ogni promessa è valida. E quelle sulle imposte sono sempre le più funzionali allo scopo ultimo: vincere la tornata elettorale.<span id="more-1439"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Oggi l’ufficio di presidenza del Pdl si è riunito per definire la via da seguire per vincere i ballottaggi elettorali. E come sempre tornano i leit motiv della presidenza Berlusconi. Tasse, piano per il Mezzogiorno, riduzione dei costi della politica: sono questi i temi ricorrenti del Governo di cui nell’ultimo decennio continua a promettere la realizzazione senza metterla poi in atto. Il tutto spesso in contrasto con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il bilancio della riforma fiscale, la rivoluzione che fin dalla sua discesa in campo è stato il primo punto di Berlusconi, non è roseo. Nel Contratto con gli italiani, la previsione era quella un’esenzione sotto gli 11.362 euro e poi due aliquote: 23% sotto i 103.290 euro e 33% al di sopra. A dieci anni di distanza, l’esenzione è sotto i 4.800 euro per i lavoratori autonomi e sotto gli 8.000 per i dipendenti, le aliquote sono cinque, dal 23% al 43% per chi supera i 75.000 euro. Ma non solo la promessa delle aliquote non è stata rispettata. Anche la pressione fiscale è aumentata nell’ultimi decennio. A certificarlo è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che, per l’ultimo anno, ha registrato un carico tributario superiore del 43,5%, in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), per il nostro Paese. Un valore che ci garantisce il terzo posto dei più tartassati dell’area Ocse. Dieci anni fa, la quota era del 42,5%, sempre secondo l’organizzazione parigina. Quindi, non solo le tasse non sono state abbassate, ma sono perfino aumentate di un punto percentuale. E oggi il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti, durante l’assemblea nazionale di Roma, ha rimarcato come la strada verso un fisco virtuoso sia ancora lunga. «La pressione fiscale reale in Italia è giunta al 51,63% e non ci sono segnali di miglioramento nei prossimi anni», ha detto Siciliotti.</p>
<p style="text-align:justify;">Gli ostacoli alla rivoluzione fiscale tanto decantata da Berlusconi e Tremonti non sono stati pochi, almeno nelle loro parole. In primis troviamo la crisi finanziaria internazionale. Eppure, ogni recessione è foriera di opportunità di cambiamento, di trasformazioni. Caso più unico che raro è quello italiano: non solo abbiamo continuato, nonostante un’ampia maggioranza di governo, ad adottare «lo stesso sistema fiscale del 1971», come ha ricordato Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nei primi giorni del gennaio 2010. Ma abbiamo anche evitato come la peste tutte le riforme possibili. Eppure, dopo le parole di Bonaiuti, qualcosa sembrava essersi smosso. Passa una settimana e arrivano le repliche di Berlusconi, «riforma fiscale e semplificazione entro fine anno», e Tremonti, «la riforma fiscale arriverà nel 2013». E in queste ore si continua a parlare di questa chimera. L’ultimo in ordine temporale è stato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «La riforma è sostanzialmente pronta e sarà strutturata su una fiscalità del salario collegata ad aumenti di produttività».</p>
<p style="text-align:justify;">Sono passati quasi diciassette anni e svariate legislature da quel 1994 in cui un’imprenditore di successo decise di entrare in politica. Diciassette anni in cui la pazienza del bacino primigenio di Berlusconi, il mondo imprenditoriale, è andato sempre più assottigliandosi. Colpa delle promesse mancate, piuttosto che del malgoverno. E non c’è peggior aspettativa inattesa di quella che colpisce il portafoglio, specie durante la maggiore crisi economica dal Secondo dopoguerra. Qualcosa è stato fatto con l’ultimo decreto Sviluppo dello scorso 5 maggio: 18 mosse volte a semplificare la vita fiscale delle imprese. Tuttavia, si tratta di un gesto simbolico. Rimane da fare la rivoluzione fiscale. Oggi è arrivato l’ennesimo annuncio. Come sempre, saranno i fatti a parlare.</p>
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		<title>Ritorno alla dracma: ora è Bruxelles a dirlo</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 08:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizio Goria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Linkiesta del 25 maggio 2011 Dopo le indiscrezioni nelle sale trading, dopo le sparate della stampa tedesca, ecco che arriva una voce ufficiale. «Sono costretta a parlare apertamente. O siamo d’accordo con i nostri creditori per un programma di &#8230; <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2011/05/25/ritorno-alla-dracma-ora-e-bruxelles-a-dirlo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=congiuntura.wordpress.com&#038;blog=5440984&#038;post=1437&#038;subd=congiuntura&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>Da <a href="http://www.linkiesta.it/ritorno-alla-dracma-ora-e-bruxelles-dirlo">Linkiesta</a> del 25 maggio 2011</em></p>
<p style="text-align:justify;">Dopo le indiscrezioni nelle sale trading, dopo le sparate della stampa tedesca, ecco che arriva una voce ufficiale. «Sono costretta a parlare apertamente. O siamo d’accordo con i nostri creditori per un programma di significativi sacrifici &#8230; o si torna alla dracma». A dirlo è l’ellenica Maria Damanaki, commissario europeo alla Pesca. Pesante la reazione della moneta unica, tornata sotto quota 1,41 nel cross contro il dollaro. Alle parole della Damanaki risponde il portavoce del governo greco Georges Petalotis, che esclude ogni possibilità di uscita dall’eurozona. «No, non c’è una simile discussione in corso», ha detto Petalotis. Eppure, almeno per i mercati finanziari, non è così remota.<span id="more-1437"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Linkiesta già il 10 febbraio aveva parlato di questa possibilità che sembra sempre più vicina. Il piano di salvataggio congiunto Ue-Banca centrale europea-Fondo monetario internazionale da 110 miliardi di euro, attivato il 5 maggio 2010, è servito solo a rallentare la discesa di Atene nell’abisso del fallimento. Non è un caso, infatti, che proprio oggi il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, abbia apertamente parlato di ristrutturazione del debito greco. «Ad Atene chiedo risparmi, riforme strutturali e privatizzazioni, poi nel quadro di ulteriori programmi per la Grecia, si potrà parlare di una ristrutturazione soft del debito», ha detto il politico lussemburghese. L’arrivo dell’ultimo atto della tragedia greca si fa sempre più vicino.</p>
<p style="text-align:justify;">I mercati hanno già scontato questa opportunità. Per la prima volta nella sua storia i Credit default swap (Cds) sulla Grecia hanno superato quota 1.600 punti base sulla piattaforma CMA. Vale a dire che per assicurarsi contro l’insolvenza di un titolo greco quinquennale del valore di dieci milioni di dollari sono necessari 1,6 milioni di dollari. Una cifra considerata «insostenibile e fuori ogni logica» dal ministro delle Finanze George Papaconstantinou. Quest’ultimo ha spiegato a Bloomberg che «una uscita della Grecia dall’euro non è in discussione». Inoltre, per Papaconstantinou «l’Europa deve una risposta chiara se vuole preservare l’eurozona». Ma non è solo il prezzo dei Cds a preoccupare. La percentuale implicita di fallimento nell’arco dei prossimi cinque anni è schizzata al 68,92% nel corso della giornata, sempre sugli schermi CMA.</p>
<p style="text-align:justify;">A preoccupare, nel caso di un default ellenico, sono le banche tedesche e francesi. Secondo la consueta analisi della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), l’esposizione di Parigi su Atene è pari a 92 miliardi di euro, mentre quella di Berlino è prossima ai 70 miliardi. Nel complesso, sono 277,9 i miliardi di dollari che ballano sulla testa dell’Europa. Fra gli istituti di credito tedeschi maggiormente coinvolti troviamo Deutsche Bank, Postbank, Commerzbank e DZ Bank AG. Per i francesi, invece, troviamo Société Générale, Crédit Agricole e BNP Paribas, i tre maggiori gruppi del Paese. Tuttavia, secondo un report dell’Internation financing review, branca di Thomson Reuters, sarebbero oltre 100 miliardi di euro i titoli governativi ellenici che le banche europee hanno congelati nei propri portafogli. «Sono bond che non possono vendere, non possono coprire e non possono ignorare», avverte lo studio.</p>
<p style="text-align:justify;">Sul versante politico, arriva l’accorato appello alla calma del premier George Papandreou. Intervenendo a un forum dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il numero uno greco ha chiesto il silenzio stampa su Atene. «Ogni giorno ogni analista nel mondo predice che noi andremo in default o ristruttureremo. Lo si legge sui blog, in internet», ha detto Papandreou. Infine, ha ricordato le difficoltà che sta attraversando il Paese: «Il popolo greco sta facendo un grande sforzo per cambiare il paese, noi faremo il necessario ma lasciateci in pace». Difficile farlo quando proprio grazie alla Grecia si sta vivendo la più pesante crisi dell’eurozona.</p>
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