Il fantasma di Lehman che cambiò il mondo

Da Il Riformista del 14 settembre 2010

Due anni fa la finanza mondiale ha conosciuto nuovamente il vero significato del panico, dopo il 1929. Domani si celebra il secondo anniversario dell’episodio che ha cambiato per sempre Wall Street. Il 15 settembre 2008, dopo una storia di quasi 160 anni, falliva Lehman Brothers. E l’universo della finanza ha capito che non era invulnerabile come credeva.
La banca di Richard Fuld era una delle più in vista di Wall Street. Per rispettabilità i suoi giovani trader erano secondi solamente a quelli di Goldman Sachs. Due gli elementi caratteristici di Lehman: la spregiudicatezza e la potenza di fuoco con cui andava sui mercati. Peccato che fu troppo lo slancio con cui aggredivano le piazze finanziarie. Non c’erano più limiti alla leva finanziaria, cioè il gradiente dei rischi assunti. Il risultato fu una sequela sempre maggiore di passività, tenute forzosamente fuori bilancio grazie a ingegnosi artifizi contabili. Infatti, dopo anni di azioni ai limiti della correttezza professionale, Lehman dovette fare i conti coi propri debiti. Troppa era l’esposizione alla crisi subprime, troppi erano i movimenti borderline, troppa era la bramosia di avere sempre più quattrini. Come Gordon Gekko, Dick Fuld è finito nella sua stessa rete, generando un mostro troppo grande per essere governato. Gli uomini d’oro di Lehman, per mascherare tutte le perdite, crearono un colossale sistema di scatole cinesi. Fra Structured investments vehicle (Siv) e Special purpose vehicle (Spv), particolari veicoli di cartolarizzazione dei debiti, il mondo conobbe i limiti a cui si era spinta la finanza. Ancora oggi destano stupore i Repo (Repurchase agreement, cioè contratto pronto contro termine) sottoscritti dall’istituto di Fuld per ottenere liquidità in cambio di titoli senza valore. Nei giorni prima la bancarotta furono oltre 2.700. Poi venne la presa di coscienza di tutto: 613 miliardi di dollari di debiti.
È cosa nota il balletto di telefonate che Fuld fece la sera prima di chiedere l’iscrizione al Chapter 11 dello US Bankruptcy Code, la sezione del codice fallimentare che disciplina l’amministrazione controllata. Da Goldman Sachs a Morgan Stanley, passando per Nomura e il fondo sovrano coreano Korean Development Bank, tutti declinarono l’invito di entrare in contatto con le sofferenze estreme di Lehman. A sancire la parola fine furono due persone su tutte, coi destini indissolubilmente legati fra loro: Henry Paulson e Timothy Geithner. Il primo ai tempi del fallimento era il segretario del Tesoro di George W. Bush, il secondo era presidente della Federal Reserve di New York, ma divenne il successore di Paulson. Geithner, una volta informato delle passività della banca di Fuld, convocò una riunione d’emergenza per il 13 settembre, due giorni prima del crac. C’era il Gotha della finanza mondiale, fra cui anche Paulson. Fuld chiese aiuto e si convenne che erano necessari almeno 100 miliardi di dollari per traghettare fuori dall’abisso Lehman. Paulson disse per primo di no, anticipando la risposta di tutto gli altri. L’abisso in cui era caduto Fuld divenne sempre più profondo.
Lunedì notte, all’una, la decisione più sofferta: furono portati i libri contabili in tribunale. Fallì anche l’ultimo tentativo, quello di cedere gran parte degli asset al fondo sovrano coreano, e si sparse la voce dell’iscrizione al Chapter 11. Nella fase di pre-apertura di Wall Street le azioni di Lehman crollarono di oltre 80 punti percentuali e si generò il panico più totale. Le perdite dell’indice Dow Jones superarono i 500 punti, un livello toccato prima solo durante l’attacco alle Torri Gemelle. Ormai i titoli di Lehman erano carta straccia e ci fu una colossale operazione di copertura che fece schizzare i valori di oro e franco svizzero, storici porti sicuri per gli investitori.
Dopo vennero il Term Asset-Backed Securities Loan Facility (Talf) e il Troubled Asset Relief Program (Tarp). Il primo, organizzato dalla Fed, doveva sostenere i mercati secondari e il credito al consumo. Il secondo, messo in piedi dal Tesoro di Paulson, fu la più grande operazione di salvataggio finanziario mai adottata. Con più di 700 miliardi di euro di dotazione, il Tarp acquistò asset tossici a profusione nel tentativo di stabilizzare un sistema impazzito e paralizzato. E dopo vennero altri interventi, in una girandola sempre maggiore di paura e incertezza. In pochissimi avrebbero immaginato un epilogo del genere per la quarta banca statunitense. Ma soprattutto, nessuno avrebbe pensato alle conseguenze che ha generato nel resto del mondo. Nella sostanza, il fallimento di Lehman fu lo spartiacque della crisi.
Solo pochi giorni fa è arrivata la versione di Fuld. Interrogato dalla Financial Crisis Inquiry Commission (Fcic), la speciale commissione d’inchiesta governativa, il numero uno di Lehman non ha usato molta diplomazia. «Ci hanno fatto fallire, ci hanno tutti rifiutato ogni genere d’aiuto mentre hanno salvato Aig e Merrill Lynch», ha tuonato. Immediata la risposta di Ben Bernanke, capo della Fed: «Mancavano del tutto le garanzie per i prestiti, non potevamo fornirgli liquidità». Difficile replicare a 613 miliardi di dollari di passività.
La bancarotta di Lehman è divenuta per la finanza ciò che le scoperte di Galileo furono per la scienza. Il 15 settembre sarà ricordato come la prova della fallibilità di un sistema ritenuto immune da ogni difetto. Nonostante ciò, a due anni di distanza, l’impressione è che sia cambiato ancora troppo poco per sentirsi davvero al sicuro.

Informazioni su Fabrizio Goria

Financial reporter @ Linkiesta, book reviewer @ Il Sole 24 Ore, correspondent from Italy @ Turkish radio & television
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